PERCHE’ FIDARSI DELL’AFFIDO

La fides e le sue declinazioni
Questo momento è più dedicato a noi adulti in quanto non ho davanti a me dei bambini ma degli adulti che si interessano di alcuni problemi dei bambini .Possiamo partire da una domanda: perché fidarsi dell’affido? Con questa domanda viene subito in chiaro che al centro di ciò che intendo comunicarvi c’è qualcosa che riguarda la “fides”: affido rimanda a questo nucleo semantico che è la “fides”. Intorno a questo nucleo semantico si muovono una serie di elementi importanti che riguardano l’esistenza.
Da un lato il fidarsi, fidarsi di qualcuno o di qualcosa; dall’altro abbiamo appunto l’affidarsi, che ha a che fare con un movimento di qualcuno che si affida direttamente a qualcun altro oppure, nel caso specifico, di qualcuno che decide di prendere un soggetto e di affidarlo a qualcun altro. Poi c’è anche un rapporto diretto con il discorso della fede, cioè del credere: fidarsi→ affidarsi →credere. La fede chiama necessariamente in causa la speranza: che rapporto c’è tra fede e speranza? La possibilità di sperare è sostenuta dalla fede, in quanto la fede è pensata come qualcosa che fonda: è il fondamento delle cose sperate.
In una prospettiva antropologica, a queste due polarità del credere e dello sperare se ne lega necessariamente una terza: l’operare, che è il campo dell’ etica, cioè quella terza dimensione che fa sì che, a partire da qualcosa in cui si crede, perché si possa sperare che si attualizzi è necessaria la messa in campo di un’attività, di un operare. L’etica dice che è importante che l’azione abbia una caratteristica, quella di un operare bene, cioè di un muoversi in maniera adatta perché qualcosa in cui si crede possa essere attuato.
Nella prospettiva antropologica cristiana, che appartiene al contesto culturale nel quale ci muoviamo indipendentemente da un’adesione religiosa o meno, alle due polarità della fede e della speranza si aggiunge quella della carità. La carità è il motore del buon operare. Questa dimensione terza per la prospettiva cristiana è quella fondante e San Paolo dice che si può avere tutto, si può sapere tutto , ma se manca questa, tutto il resto non ha valore. Se manca questa, cioè se l’operare, che è destinato a legare insieme il momento del credere e il momento del realizzare qualcosa, non ha una certa forma, che è poi quella che si caratterizza laicamente con un interesse finalizzato al bene della persona a cui è indirizzato, l’operare non è in grado di produrre qualcosa che abbia una valenza vitale.
E’ importante altresì sottolineare che il campo che si muove intorno a queste questioni è un campo che ha a che fare con una dimensione di rischio inevitabile! Non c’è possibilità di assicurarsi una garanzia totale nel muoversi in rapporto a queste dimensioni dell’esistenza perché c’è di mezzo una decisione che va attivata e ci sono delle scelte da operare e sappiamo che, dove c’è scelta, inevitabilmente c’è del rischio.
Nemmeno la fede, che nella visione cristiana risulta essere un dono, è in grado di liberare il soggetto dalla decisione in quanto il dono presuppone il fatto che debba essere accolto e la decisione di accoglierlo non elimina il rischio.
Quello che ci aspettiamo da questo incontro è di poter avere un aiuto per decidere, diminuendo per quanto è possibile la quota di rischio, e aumentare la possibilità che una scelta di affido produca degli effetti vitali per tutte le persone interessate.
 
La fides e la credenza
Per incominciare vi segnalo che in questo campo semantico che vi ho evidenziato, la psicoanalisi ci ha offerto un contributo teorico nuovo con la nozione di credenza. La credenza è un elemento importante del pensiero psicoanalitico di oggi e nasce dalla riflessione teorica di Sergio Finzi e ha un valore centrale non solo nella pratica clinica ma anche in tutte le pratiche che si collocano nel campo della cura in senso lato, nel quale rientra certamente la pratica dell’affido e dell’adozione.
Come si può intuire, la credenza è una forma particolare del credere che si costituisce come deposito nel periodo di latenza, che va dai 5-6 anni alla pubertà, derivato da quel particolare patrimonio di sapere teorico, da Freud nominato come “teorie sessuali infantili” e romanzo familiare, che ogni bambino attiva intorno ai 4 anni e che permette di dare una risposta ai primi interrogativi fondamentali dell’esistenza: da dove vengono i bambini, cosa distingue una cosa animata da una inanimata, chi e come mi ha messo al mondo, senza al contempo rimanere traumatizzati dall’incontro con la verità riguardante la propria nascita in quanto legata all’attività sessuale dei genitori che ci hanno messo al mondo.
Queste teorie, che trovano la stessa formulazione in tutti i bambini, sono tre e riguardano l’attribuzione del pene a tutti gli esseri viventi, senza distinzione di sesso, come distintivo dell’animato (perché ad esempio il tavolo e la sedia non ce l’hanno); la convinzione che i bambini nascano dall’ano e la raffigurazione del rapporto sessuale tra i genitori come una zuffa. Sono delle convinzioni che contengono una quota di “errore” che ha però la funzione antitraumatica di preservare l’impatto con una verità che risulterebbe insostenibile per la mente del bambino. Accanto a queste tre teorie sessuali i bambini si inventano anche un’altra convinzione, chiamata romanzo familiare, della quale parleremo subito dopo.
Come ho accennato sopra, il sapere delle teorie sessuali nella latenza passa nell’inconscio e va a costituire quel patrimonio chiamato credenza la quale fornisce al soggetto che diventa adulto e si appresta a farsi carico della gestione attiva di una propria sessualità, un nucleo di sapere che, senza bisogno di essere saputo, lo può salvaguardare dalle valenze potenzialmente traumatiche legate per l’essere umano alla relazione amorosa e all’esercizio della sessualità genitale.
I vacillamenti della credenza, che possono arrivare a configurarsi nei casi estremi come un vero e proprio crollo, determinano i vari gradi della sofferenza psichica dei soggetti che possono però trovare la possibilità, anche ma non solo attraverso il lavoro di cura di un’analisi, di restaurare il proprio rapporto con la credenza. Questo accenno alla credenza e al suo ruolo di garante della salute psichica del soggetto ci sarà di utilità nel prosieguo della nostra riflessione sull’affido.
 
Affidabilità dell’affido
Ritorniamo allora all’affido e alla domanda circa la sua possibilità di essere ritenuto affidabile. Ci eravamo chiesti: cosa ci può ragionevolmente fare pensare che la decisione di separare un bambino dal suo nucleo familiare originario per affidarlo a un altro non sia di per sé un trauma che, pur essendo necessario, rischia comunque di compromettere inevitabilmente l’equilibrio psichico dell’interessato? E’ una preoccupazione non solo legittima ma doverosa e, per tentare di dare una risposta, possiamo utilizzare un’argomentazione particolare, denominata “a fortiori”, che nel nostro caso prende questa forma: se riusciamo a dimostrare che l’esperienza di adozione, che non contempla una limitazione di tempo nel senso che è “per sempre”, non è traumatica di per sé, allora possiamo pensar che anche l’esperienza di affido, che è meno pesante di un’adozione in quanto prevede un “tempo limitato”, potrà essere ritenuta a sua volta non di per sé traumatica e quindi potremo non escluderla a priori dalle scelte di aiuto a favore di un bambino in difficoltà.
A questo proposito ci può venire in aiuto la psicoanalisi che non ha inventato, ma scoperto, il romanzo familiare che, come vi ho segnalato sopra, fa parte di quel patrimonio nominato credenza. Che cos’è questo romanzo familiare? La psicoanalisi l’ha ricavato dalla pratica clinica con i bambini ma è riscontrabile anche nella cura degli adulti. E’ qualcosa che fa la sua prima comparsa nei bambini intorno ai 4 anni ed è una invenzione in base alla quale essi arrivano a credere di non essere figli dei genitori con i quali vivono, ma di essere nati da un’altra coppia e poi di essere stati dati in adozione alla famiglia presso la quale vivono. In questa costruzione compare questo elemento determinante che è l’adozione, in quanto ogni bambino, senza che nessuno glielo segnali, si crea la convinzione di essere un bambino adottato. Adesso non è il momento di spiegarvi perché questo sia necessario, ve lo do come un dato di fatto: per ognuno di noi è necessario, per la propria sopravvivenza psichica, credere di non essere figlio dei propri genitori, ma di essere figlio di un’altra coppia.
Questo cosa vuol dire? Vuol dire che il soggetto umano, fin da bambino, sviluppa una predisposizione a fare i conti in maniera “non traumatica” con questa dimensione dell’esistenza che è l’adozione. Questo indipendentemente dal fatto che si realizzi un’esperienza di adozione, nel qual caso, come ci ha segnalato Virginia Finzi Ghisi, il bambino salvaguarderà l’invenzione del suo romanzo familiare invertendo i termini della situazione e facendosi la convinzione, che non è utile smantellare in prima battuta, di non essere stato adottato. Da qui la formula: tutti i bambini credono di essere adottati eccetto i bambini adottati.
Con questo veniamo così a sapere che il soggetto umano fin da bambino è, in rapporto alla funzione genitoriale, predisposto a una relazione pluri-articolata, , e qualora le condizioni di vita dovessero rendere necessaria la realizzazione dell’adozione, dal punto di vista psichico il bambino non è nella situazione di essere di per sè traumatizzato da questa decisione. Il fatto che un bambino sia pre-disposto non significa che sia in una condizione di disponibilità reale, perché nella situazione concreta il legame che si è stabilito con i genitori non può non avere delle valenze importanti, non importa se positive o negative, e il cambiamento diventa per lui qualcosa di costoso. Un cambiamento richiede un prezzo, uno sforzo, e se c’è un lavoro da fare per creare le condizioni perchè un bambino viva nel modo più utile questo passaggio, è però importante che l’operatore sia convinto che l’adozione di per sé non è un evento traumatico. Si tratta solo di creare le condizioni per renderlo il più possibile un’occasione vitale per un bambino in una situazione di necessità. Questa convinzione permette all’operatore di prendere una decisione sapendo che questa non ha di per sé un’incidenza dannosa ma che a lui spetta il compito di lavorare per creare le condizioni per renderla realmente utile per un bambino.
Se questo che abbiamo detto vale per l’adozione, che è una decisione temporalmente illimitata, a maggior ragione deve valere per l’affido che comporta uno spostamento temporalmente limitato.
 
L’affido professionale e i suoi aspetti caratterizzanti
Facciamo un altro piccolo passo in avanti: da una domanda di affidabilità generica sull’affido, vediamo se possiamo dire qualcosa o pensare qualcosa su questa forma particolare di affido chiamato affido professionale. Che cosa ha di specifico l’affido professionale rispetto alla normale decisione di affido? Possiamo indicarlo con una caratterizzazione: si ha il passaggio da una configurazione triangolare (famiglia naturale,famiglia affidataria,servizio sociale) a una configurazione romboidale, a quattro vertici. In questa forma particolare di affido viene inserito infatti un quarto polo specifico che fa da cerniera tra la componente pubblica e quella del privato sociale. Che funzione ha questo polo? Vi faccio un’analogia che, come tutte le analogie, va interpretata correttamente. Provate a pensare a un rapporto meccanico come quello di una normale bicicletta: che cosa è? Non a caso si parla nella bicicletta di un rapporto e la bicicletta normale ha solo un rapporto, fisso, il che vuol dire che viene stabilita una proporzione fissa, non modificabile, tra lo sforzo di una pedalata e la lunghezza dello spostamento nello spazio. Qual è la novità della mountain bike rispetto a questo? La novità è che questa regolazione di rapporti diventa multipla, cioè viene introdotto quello che qui possiamo chiamare come un nuovo regolatore di rapporti che ha la funzione di produrre una situazione più flessibile e più adattabile alle varie situazioni, per cui se vado in salita posso modificare il rapporto in un certo modo, se vado in discesa posso usarne un altro e se vado in pianura posso usarne un altro ancora diverso.
La funzione di questo quarto polo nell’esperienza di affido è allora molto significativa nel senso che rende più flessibili, alleggerisce, sposta tutta una serie di operazioni che prima erano affidate esclusivamente al polo del servizio sociale e le assume, svolgendo una funzione di regolazione in cui tutti gli altri elementi vengono coinvolti, messi in relazione tra di loro e monitorati a secondo della specificità di ogni situazione e di ogni progetto. Questo è l’elemento di novità strutturale legato a quello che si chiama l’affido professionale in cui questa nuova figura di mediatore, che può essere svolta da un’istituzione, svolge una serie di funzioni: riceve un’indicazione dal servizio sociale, valuta il caso specifico, si attiva per cercare e formare questo soggetto che è la famiglia professionale, mette in campo un patto di lavoro che coinvolge tutti gli attori interessati, lo fa sottoscrivere e nel percorso tiene le fila della complessa rete di relazioni che si è venuta creando.
 
La professionalizzazione della famiglia affidataria, la remunerazione e la temporaneità
Dell’affido professionale prenderemo ora in esame tre aspetti: il primo aspetto è quello appunto della professionalizzazione della famiglia. Sappiamo che nella decisione di rendersi disponibile per diventare una famiglia affidataria, ci sono fondamentalmente delle motivazioni che hanno a che fare con il rapporto a degli ideali e con una decisione della volontà di rendersi disponibile a svolgere una funzione, quella di accogliere un bambino, sulla base di buone intenzioni e di buoni sentimenti, ovviamente con la convinzione di avere una capacità di bene operare in tutto questo. Che cosa comporta il discorso della professionalizzazione? Comporta che questi elementi, che rimangono comunque necessari rispetto al fatto di una famiglia che vuole diventare una famiglia affidataria, hanno bisogno di qualcosa in più che è rappresentato da una preparazione specifica.
Le intenzioni vanno bene, i buoni sentimenti sono necessari, ma è importante anche l’acquisizione di una capacità di svolgere alcune funzioni e questa acquisizione non è data per innata o per spontaneamente acquisita, ma viene programmata una preparazione che richiede un tempo di formazione. Questa non è una questione di poco conto nel senso che, precedentemente, l’alternativa era semplicemente quella di valutare una serie di offerte di disponibilità familiare e, sulla base di un criterio solo relativo alla qualità presunta di questo nucleo familiare di svolgere una certa funzione, si accoglieva piuttosto che si rifiutava una richiesta. Qui in realtà questo momento viene mantenuto, ma in più c’è questa dimensione che garantisce qualcosa di più per un bambino che è destinato a fare i conti con tutta questa situazione in quanto c’è chi si preoccupa di fornire alla famiglia che lo accoglierà una preparazione di tipo professionale.
Il secondo aspetto caratterizzante è quello della remunerazione economica. Cosa può significare l’introduzione di questo nuovo elemento? E’ un elemento strutturale che può permettere il passaggio da una situazione, tra famiglia naturale e famiglia affidataria, in cui lo scambio è misurato necessariamente secondo una logica di debito e di credito nel registro della riconoscenza, a una logica di relazione basata sulla gratitudine. In altre parole, grazie alla componente della remunerazione economica legalmente prestabilita a favore della famiglia affidataria, la famiglia naturale si trova nella posizione di non avere un debito di riconoscenza inestinguibile nei confronti di una famiglia che si occupa di un proprio figlio gratuitamente. In questo caso infatti si creerebbe un vincolo di debito legato alla “gratuità” che contrassegna l’operato della famiglia affidataria. Se questa viene invece economicamente remunerata dalla società, allora la famiglia naturale è libera di sviluppare un sentimento di riconoscenza non sulla base di un “debito” ma a partire da una libera decisione. La famiglia naturale, che rimane destinataria di un aiuto, non è per questo asservita a un vincolo debitorio di gratitudine verso chi si è occupato del figlio ma è messa nella condizione non di “dovere” ma di “potere” riconoscere quanto le è stato offerto come aiuto. Rimane libera anche di essere “ingrata” senza che nessuno degli attori in gioco sia in qualche modo vincolato.
Il terzo aspetto riguarda la temporaneità in quanto nella decisione di affido viene prevista una durata temporale limitata e prefissata. Che affidabilità/credibilità possiamo dare a un progetto di affido che ha un limite temporale di questo tipo? Poniamoci due domande a livello di principio. Siamo sicuri di poter affermare che, introducendo un limite temporale in un affido, di per sé si impedisca la riuscita di questo progetto? Siamo cioè sicuri che non possa avere una conclusione positiva? La risposta è ovviamente negativa.
Poniamoci ora la domanda contraria: siamo sicuri che, non ponendo alcun limite temporale, abbiamo la garanzia di una riuscita del progetto di affido? Anche in questo caso la risposta è naturalmente negativa.
Se è così, allora vuol dire che la dimensione temporale in sé non è in grado né di garantire una riuscita né di impedirla. Vuol dire ancora che l’elemento cruciale su cui bisogna lavorare non è la dimensione temporale in quanto tale perché più che la quantità del tempo in questi progetti diventa fondamentale la qualità.
Nella prospettiva dell’affido professionale come è pensato il rapporto con il tempo e la qualità di questo tempo? È pensato come un tempo limitato e che, proprio per questo, presuppone e promuove una dimensione operativa attiva e fattiva. È’ per questo che l’affido professionale prende questa forma caratterizzante che è appunto quella dell’operosità del percorso stesso, garantita dal quarto polo di cui abbiamo parlato precedentemente. L’introduzione di quel quarto polo è destinato a far sì che quel tempo limitato venga utilizzato al massimo nella sua potenzialità di promuovere un cambiamento che sappiamo essere destinato, idealmente, a far sì che la famiglia naturale possa riacquisire quella capacità genitoriale momentaneamente compromessa. Possiamo anche chiederci che cosa intendiamo per capacità genitoriale. In sostanza è la capacità dei genitori non solo di mettere al mondo dei figli, quanto di coinvolgerli in un rapporto d’amore che li nutra e che non abbia la forma di un eccesso di possessività o, al lato opposto,di un difetto di interessamento amorevole.. Sono due forme di amore che tolgono a un figlio la possibilità di potere avere una speranza di vita per lui sostenibile. La psicoanalisi chiama questa forma di amore genitoriale incestuosità, volendo indicare con questa parola il carattere di un amore genitoriale che porta a intrattenere un rapporto con un figlio che è certo un rapporto di amore, ma che non ha le caratteristiche di favorire per un figlio la possibilità di un progetto di vita che sia un progetto creativo proprio, imprigionandolo al contrario in un progetto che incarna le attese o le delusioni dei genitori.
 
Conclusioni
Tiriamo adesso le conclusioni di queste riflessioni tornando alla domanda d’inizio, quella sull’affidabilità dell’affido. Se diamo credito a quello che ci dice la psicoanalisi circa l’invenzione del romanzo familiare dei bambini, l’adozione, e a maggior ragione l’affido, non è di per sé un’esperienza traumatica, ma può invece rappresentare al contrario una nuova possibilità di vita per il bambino. Quindi non ci sono ragioni di principio per le quali non poterci fidare dell’affido!
Alla seconda domanda: possiamo fidarci dell’affido professionale? possiamo rispondere di sì se si crede nella funzione positiva di un regolatore dei rapporti per quanto riguarda la valutazione specifica del singolo caso riguardante un bambino, per quanto riguarda la preparazione della famiglia a cui affidarlo non solo tenendo conto dei buoni sentimenti ma anche di un’adeguata preparazione professionale, e, infine, per quanto riguarda la creazione e la gestione di un patto di compiti e di responsabilità sottoscritti da tutti i soggetti interessati. Se si crede che la presenza di questo regolatore abbia un valore allora la risposta è positiva.
E ancora, pensiamo che ci si possa fidare dell’affido professionale, che prevede un compenso economico per la famiglia affidataria, in quanto permette lo spostamento della relazione tra le due famiglie da un piano vincolato a un debito di riconoscenza, a un piano di libero scambio di gratitudine.
Per quanto riguarda il terzo aspetto, quello relativo alla limitazione temporale, possiamo fidarci se si crede che la limitazione costituisca la condizione per sollecitare da parte di tutti gli attori del progetto la messa in gioco di tutte le energie possibili per raggiungere il risultato sperato in un tempo che non sia per il bambino un tempo di sospensione indefinito. Il tempo dell’affido è un tempo che riguarda la vita di un bambino e, quindi, fissare un criterio di limitazione temporale all’interno del quale valutare che cosa sta succedendo, cioè le possibilità di recupero o meno di una certa capacità genitoriale in modo da non fare passare troppo tempo in cui lasciare un bambino in sospensione, può diventare un elemento importante.
Concludendo possiamo dire che, non essendoci, ed è bene che sia così, una risposta unica e vincolante circa le forme dell’affido, agli operatori rimane la libertà e la responsabilità di una decisione nel merito. Lo scopo di queste riflessioni rimane quello di offrire, agli operatori e alle istituzioni che si occupano dell’affido, alcuni elementi da tenere in considerazione per dare alle singole scelte, che rimangono comunque sempre potenzialmente a rischio, una maggiore solidità nell’interesse innanzitutto dei minori ma anche, di conseguenza, di tutta la società.
 
L’autore
Sergio Premoli , psicoanalista , ha insegnato presso l’Università Milano Bicocca nel Corso di Laurea di Servizio Sociale. Oltre al lavoro clinico individuale,svolge anche un lavoro di Supervisione per gli Educatori di Comunità per minori.
Relazione tenuta a un Seminario sull’affido professionale tenuto a Milano il 6 dicembre 2007.

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